Ju terramutu
maggio 7, 2009 on 2:04 pm | In Catastrofe, Divertenti, L'Aquila Bella Me | 13 CommentiNon riesco a trovare l’autore, ma è spettacolare.
Ju terramutu
“Pe fermamme, ju tarramutu, me tà ccjie !
Chjù fa ju strunzu, chjù ‘ndosto. Se solo sapesse come se smorza ji farria vedè.
Tengo solo troà addò cazzo hanno missu ju bottò.
Se me la spalla la casa, la refaccio. Pure senza sordi, co lle sputazze, ma la refaccio. Anzi me ne faccio una bassa e co le tavole cuscì vojo vedè proprio come se mette. Tengo solo la paura che me frega. Perché non è che se la pija solo co mmi. Se la pija co tutti quiji che troa. Piccoli e rossi. Pure co ji vecchi che ggià non ne poteano chjù. Quiji ggià steano stracchi. E non va bbona. No je ne te chjù de tribbolà. Ha ccisu na frega de quatrani che non c’entreano na mazza. Che manco erano aquilani, ma ja ccisi uguale. A che servea tutta ssa carneficina lo sa solo jissu.
Po te ta vedè tutta ssa ggente che te guarda e pare che te jice: ”ma coma cazzo le sete fatte sse case? Nojiatri le tenemo antisimiche”. Pure pe tilivisiò te llo icono. Antisimiche ju cazzu che vve frega! So chjù de trecento anni che non se sentea manco na scettacata e mo me vengono a ddi che lo sapeano tutti. Ma che sapeate? Chi ve ll’era ittu? Che teneamo fa? Ji bunker? Po me vengono a raccontà che:
”Era una scossa di media intensità, 6,3 della scala Richter. Non sarebbero dovute cadere tutte quelle abitazioni! E’ indice di poca attenzione alle regole”.
Ma dico ji: “Ma addò ju teneate ssu’ misuratore de tarramuti, appiccato co ji prusciutti! Ma se ss’è aperta la terra che appocatro se ‘gnotte tutto”.
Pe piacere! Onna l’ha spianata sana sana e Monticchiu, che sta cinquecento metri e che tè le case pure più vecchie sta loco che manco se ne so accorti! A mi me ss’è aperto ju cascittu deju bagnu addò tengo ji ferri pe tajamme l’ogna e j sso retroati dentro aju lavandino. E ju cascittu era quiju bassu. Me ll’ha revodecata tutta la casa.
A cognatemo, che sta a San Demetrio, no ji se so cascate manco le fotografie sopra aju commò e a Villa Sant’Angelo che sta loco attraverso ha fatto ne frega de morti. E’ come tutte le cose: a chi tanto e a chi gnente. Però è chiara na cosa sola: che non ci capete ‘na beata mazza. Ssi strumenti che tenete addopreteje pe facci quacche atra cosa. Atru che “sabbia nelle costruzioni”. Ha fatto na sorte de botta che appocatro se cascano le stelle no de “media intensità”.
L’intensità, a certe parti, ci stea tutta quanta. Ma se sse so cascati pure gji alberi. Stu ggiru è toccato a nojatri ma non è che potete sta tanto pricisi manco vojatri. Allora mò se semo mbarati. Semo diventati tutti “esperti in terremotologia applicata”. Applicata perché so’ tre mesi che roppe ju cazzu tutti i jorni e semo fatta pure la classificaziò deju tipu delle scosse.
Atru che Mercalli e Richter!
Mo ve la jico: ju tarramutu se reconosce pe quantu trojajo fa:
1. Essiju;
2. bottarella;
3. bella botta;
4. sileppa;
5. slenghera;
6. saraga;
7. petenga;
8. ’ngulallazia.
E quando le sete passate tutte come nojatri ve potete presentà a fa ji esperti…
media intensità! Ma jeteaffanculo”.
Fulvio Giuliani
Edit del 12 Maggio 2009:
Grazie alle segnalazioni ho aggiunto l’autore e anche l’indirizzo originale dove la…poesia…perchè poesia è per me…è apparsa, in italiano e dialetto. Grazie
13 commenti »
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me so scompisciato..ahahahahahahha
Commento by Paolo — 9 maggio 2009 #
Il web è invaso da una eccezionale, nel suo tragicomico umorismo, composizione in dialetto aquilano sul terremoto. Mi permetto umilmente una traduzione, da far girare, per facilitarne la comprensione. Concludo dicendo che siamo, come A.L.B.A., associazione scientifica aquilana, oggi senza sede, l’ultimo ente ad aver organizzato, nella sala “ giugno della prefettura, oggi crollata, un vent scientifico 7 ed 8 marzo 2009. sul nostro sito potete trovare una foro della sala, in home page. Una delle due tele di Teofilo Patini che vedete è stata recuperata. Buon futuro a tutti!! Francesco Fagnani
IL TERREMOTO (traduzione di Francesco Fagnani – f.fagnani@assoalba.org – http://www.assoalba.org)
“Per fermarmi il terremoto mi deve uccidere. Più fa lo stronzo, più resisto. Se solo sapessi come si spegne gli farei vedere. Debbo solo trovare dove cazzo hanno messo il pulsante.
Se mi distrugge la casa, la ricostruisco. Anche senza soldi, con la saliva, ma la ricostruisco. Anzi ne costruisco una bassa e di legno, me ne faccio una bassa e con le tavole così voglio proprio vedere come si mette. Ho solo una paura dannata. Perché non è che se la prende solo con me. Se la prende con tutti coloro che incontra. Piccoli e grandi. Anche con i vecchi, che già non ne potevano più. Quelli già erano esausti. E non va bene. Non hanno più voglia di patire.
Ha ucciso un sacco di ragazzi che non c’entravano nulla. Alcuni neanche erano aquilani, ma li ha uccisi ugualmente. A che cosa serviva tutta questa carneficina lo sa solo lui.
Poi ti devi vedere tutta questa gente che ti guarda e ti dice:” ma come cazzo le avete costruite queste case? Noialtri le abbiamo antisismiche”. Te lo dicono anche in televisione.
Antisimiche ilo cazzo che vi fotte! Sono più di trecento anni che non si sentiva neanche un tremore e adesso ci vengono a dire che lo sapevano tutti. Ma cosa sapevate? Chi ve l’aveva detto? Che dobbiamo costruire? I bunker? Poi mi vengono a raccontare che: ”Era una scossa di media intensità, 6,3 della scala Richter. Non sarebbero dovute cadere tutte quelle abitazioni! E’ indice di poca attenzione alle regole”.
Ma dico io: “Ma dove lo tenevate questo misuratore di terremoti? Appeso con i prosciutti? Ma se si è aperta la terra che a momenti inghiotte tutto. Per piacere!
Onna* l’ha spianata interamente e Monticchio*, che sta a cinquecento metri e che ha le case persino più vecchie e sta anche lì nemmeno se ne sono accorti! A me si è aperto il cassetto del bagno dove tengo i ferri per tagliarmi le unghie e li ho ritrovati dentro al lavandino. E il cassetto era quello basso. Mi ha rivoltato la casa completamente.
A mio cognato, che sta a San Demetrio*, non sono cadute neanche le fotografie sul comò, e a Villa Sant’Angelo* che sta lì di traverso ha fatto una moltitudine di morti. E’ come tutte le cose: a chi tanto e a chi niente.
Però è chiara una cosa soltanto: che non ci capite una beata mazza. Questi strumenti che utilizzate usategli per farci qualche altra cosa. Altro che “sabbia nelle costruzioni”. Ha fatto una tale botta che stavano per precipitare le stelle altro che “media intensità”. L’intensità, in alcuni posti, c’era tutta quanta. Ma se sono caduti perfino gli alberi. Questa volta è toccato a noialtri ma non è che potete sentirvi tanto al sicuro anche voialtri.
Allora adesso abbiamo imparato. Siamo diventati tutti “esperti in terremotologia applicata”. Applicata perché sono tre mesi** che rompe il cazzo tutti i giorni ed abbiamo anche stilato unna classificazione del tipo di scosse. Altro che Mercalli e Richter! Adesso ve la dico io: il terremoto si riconosce per la quantità di troiaio che fa:
1. Eccolo;
2. bottarella;
3. bella botta;
4. schiocco;
5. sberla;
6. colpo forte;
7. colpo esplosivo;
8. colpo talmente forte da destare impressione.
E quando le avete provate tutte come noialtri vi potete presentare a fare gli esperti …media intensità!
Ma andate a fare in culo”.
(*) Onna, Monticchio, San Demetrio e Villa Sant’angelo sono piccoli centri a pochi chilometri da L’Aquila: Nel testo si descrive la anomala distribuzione del sisma, Onna, rasa al suolo e Monticchio, a pochissima distanza, meno provata. Uguale destino per San Demetrio e Villa sant’Angelo.
(**) lo sciame sismico nell’aquilano, prima della tragica notte fra il 5 ed il 6 aprile, durava da diversi mesi, con scosse continue e di diverso grado di intensità. Lo sciame ad oggi è ancora in corso
Commento by Francesco Fagnani — 9 maggio 2009 #
se c’è una cosa che mi fa impazzire è sentì un aquilano pure sangue dire “jeteaffanculo!”
Commento by Alessia — 9 maggio 2009 #
L’autore esiste ma non è citato come sempre…
Si chiama Fulvio Giuliani ed il sito su cui ha scritto questo messaggio è quello del suo paese http://www.terranera.net
Pubblicatelo Gente!
Commento by Massimo — 11 maggio 2009 #
Fulvio Giuliani http://www.terranera.net
DEDDOSHI
Le parole sono le stesse per tutti.
E di tutti sono.
Chiunque ne può disporre, in facoltà che, alternandole nei tempi, negli intervalli, negli accenti, produca emozioni ed evochi spiriti al punto da riuscire a trasferire i propri turbamenti e piaceri, reazioni ed indifferenza, rabbie e dolori.
Le parole si conficcano come frecce, esplodono come colpi di fucile, si posano come farfalle.
Entrano ed escono lasciando luce e scie di odori, confermano e cancellano luoghi e persone.
Le parole hanno un peso, quelle dette e quelle taciute. A volte fanno male, ancora più del dolore assoluto. Il silenzio stesso è un’assenza di parola, di suono. Di speranza.
Armi senza prezzo, le parole. L’abilità di sceglierne con eleganza la loro combinazione dà, a chi la governa, un sottile senso di pienezza. Le parole, se ben organizzate, sistemano anche i pensieri. Scrivendo, a volte, si arriva a definire un dubbio o una inquietudine per tanto tempo portata.
Infilare le parole nel giusto verso è un piacere che ognuno dovrebbe sostenere.
L’uso ne è libero ma, per impedire che chi si trovi costretto a leggerle si riempia di malanimo esistono delle regole. Anche queste, studiate, verificate, discusse, riproposte, condivise.
Suono e significato tendono alla melodia.
Ma in mezzo a questa devastazione mancano.
O sono troppe. O, per quanto mi sforzi, non sono mai quelle giuste.
Trovare nuove combinazioni per descrivere un unico pervadente pensiero, un chiuso corrosivo dolore, un irripetibile, immenso stupore per tanta cattiveria, per una così profonda offesa del fato, è una prova impossibile ed inutile.
Capita spesso che, a volte, qualcuno le abbia già trovate per te e leggendole così ben definite, l’una che tira l’altra, che ricompongono il tuo pensiero, chiariscono i tuoi dubbi, definiscono le tue percezioni si trovi anche un po’ di pace.
Sono in fondo a questo scritto.
Chi scrive – almeno io – lo fa per se.
E’ come fumare. Dà piacere solo mentre lo fai. Rileggersi è, spesso, una noia. Più lo fai più modifichi, aggiusti, raffini, cambi il senso e, a volte, anche idea. Ne guadagni forse in chiarezza, ne perdi in emozione.
Questa è una di quelle volte.
Non mi va di raccontare il mio e il vostro dolore con forme nuove, una volta ancora.
Bastano le foto di Gianluca. Belle da far male perché dicono di voi, di noi, della mia gente attraverso occhi perduti e spalle incurvate.
Io lo so che ce la faremo. Avviliti, feriti nel corpo e nell’anima ma non ancora piegati.
Lo so, perché questa cosa finirà. Sarà sempre troppo tardi, ma finirà. Smetterà la pioggia, la neve, questo maledetto topo gigante che ci fa ancora svegliare pieni di paura. E quel giorno ci sarà sempre uno di noi che ricomincerà. Con più silenzi che parole e, nel sorriso, più amarezza che allegria.
Ma ricomincerà.
E lo farà sorridendo.
Questa cosa è data a noi perché noi siamo in condizioni di tenerla. Di vincere la rassegnazione con la rabbia. Se non ce la faremo noi non ce la farà nessuno. Nessuno è così forte e nobile come lo siamo noi in questo maledetto momento.
Quando le luci saranno spente e i guitti che si glorificano della loro sproporzionata e tempestiva generosità se ne saranno finalmente andati, quando le impossibili promesse si saranno infrante sull’immensità del disastro, allora sarà il tempo di essere lucidi e determinati. Ci sarà stato lo sfoggio del meglio e del peggio di ognuno di noi e potremo passare giornate intere a contare i “grazie” che abbiamo distribuito in questi mesi e gli “a buon rendere” che abbiamo pensato e, educatamente, taciuto.
Ogni sasso staccato, ogni crepa nei muri, ogni casa caduta è una ferita, un tentativo della sorte di cancellare i nostri ricordi, il nostro passato, la storia di ognuno di noi. Sono i giorni che abbiamo speso nel fare che qualcuno spietato, scossa dopo scossa, si vuole riprendere.
Ma non gli sarà possibile.
Le pietre, anche se disordinate, ammucchiate, polverose, saranno ancora lì.
Come le parole.
Basterà riprenderle e rimetterle al loro posto.
Una dopo l’altra.
Perché tutto abbia, di nuovo, un significato
The hearth keeps some vibration going
There in your heart, and that is you.
And if the people find you can fiddle,
Why, fiddle you must, for all your life
…
FIDDLER JONES – Edgar Lee MASTER – Spoon River Anthology
Commento by anna — 11 maggio 2009 #
mi piacerebbe sapere cosa ci sia di divertente e vorrei sapere se questa poesia scritta in italiano o in dialetto non sia per noi terremotati un ricordare con dolore e ricominciare a pensare aull’accaduto. sdrammatizzare ma cosa!!! ditelo a quei genitori che hanno perso i figli sotto le macerie, o al contrario i figli che hanno perso genitori e sorelle in questa tragedia, o solo per noi sopravvissuti che hanno sentito urlare i propri figli sotto le macerie, calcinacci, mobili e quant’altro. o soltanto vedere il proprio letto pieno di pietre enormi proprio nel posto dove il proprio figlio, marito o moglie quella notte per una pura fatalita’ era vuoto perche’ si era usciti o si dormiva (si fa per dire) sul divano.
divertimento, sdrammatizzare, cercare di dimenticare!!!! signori prima di scrivere o commentare venite a vivere la nostra situazione psicologica e di vita, poi commentate!!!!!!!condivido invece la dolcezza del commento di anna mi ha scaldato il cuore grazie anna. mamma di 47 anni
Commento by mamma47anni — 13 maggio 2009 #
Cara Mamma di 47 anni
So perfettamente cosa intendi.
Ormai tutti (gli altri, tv in primis) si sono riempiti la bocca delle parole vuote tipo “dignità” “testa alta” e così via senza sapere di cosa stessero parlando.
Io non ho sentito nessun aquilano, in nessuna tendopoli, dire….ah…però…ci è rimasta la dignità!
Ma quando mai! Ma chi l’ha detto!
Il fatto è che chi non è stato colpito non può capire. punto. non c’è nulla da discutere.
ho girato tutto l’abruzzo, per l’arbitraggio, per parenti, per viaggi vari.
Quando mi presento come aquilano mi sento dire “ah ho sentito, come va” (e tante volte manco il “come va” ma un “ci so stato” o “c’ho un amico”…)
taglio con un “tutto bene”
ma che devo dire alla gente?
Alcuni della marsica mi sono venuti a piange che un amico di un loro amico il cui cugino di un terzo amico aveva l’armadio spostato di 10 cm!
ma ti rendi conto??? l’armadio grande!!! 10 cm…
pensa che paura!!!!
ora che devo dire a questa gente?
Che magari avessi avuto 10 cm di armadio spostato?!?
Che 10 cm sono quello che di intatto è rimasto al centro storico?
Mi limito a dire “ah si”. basta….
A me non interessano proprio…
A me non interessa proprio un cazzo di tutti quelli che il terremoto lo usano come scusa per i loro alibi e piagnistei.
“Ju terramutu” per me è il simbolo del cuore aquilano.
Quello che dice: me t’accie, sennò ji la casa me la refaccio, come prima.
Sennò, pure se mo stengo in culo aju munnu, ji ecco retorno, n’atra vote.
ji ecco me retrovo ju lavoro pure a 1000 euro sti cazzi.
ji ecco, aju cimitero dell’Aquila me faccio seppellì.
Atro che jemo scappenno a Roma o che cazzu ne saccio. Ecco tenemo retornà, a pulì ji calcinacci.
Purtroppo 305 non sono così fortunati da poter partecipare alla ricostruzione. Ma i morti, quella poesia, li ha solo ricordati come innocenti incolpevoli, così come i bimbi e gli anziani.
Anzi, ha detto…certi non erano manco aquilani.
Proprio a dire, L’Aquila è la nostra, i monumenti erano nostri, il terremoto è nostro, i morti so nostri.
Chi non l’ha vissuto si faccia da parte, ci teniamo tutto noi, il dolore e le macerie incluse.
L’aquilano vero che l’ha letta non si è scompisciato.
Non si è piegato dalle risa. anzi.
Ha fatto un ghigno, ha ripetuto due volte la frase a quello che stava a fianco, che a sua volta ha ghignato.
E alla fine ha detto “eh….t’è raggiò!”.
E mo telefonemo aju C.O.M.1 o la proteziò civile pe’ raggiustà ste case, che ji tengo retornà a casa me che me so rotto le palle.
mo tengo lavorà, perchè ju terramutu, già m’ha fatto perde troppu tempu.
Un abbraccio Mamma
Commento by Patrizio — 13 maggio 2009 #
CIAO PATRIZIO GRAZIE DI AVER CAPITE E SCUSATE LO SFOGO. MAMMA47ANNI
Commento by mamma47anni — 13 maggio 2009 #
Bella, fra’!
Ma se balla, fra!!
Commento by roberto laglia — 17 maggio 2009 #
da ridere nn c’è nulla!!! chi ha provato a tradurla…nn l’ha fatto bene…solo noi aquilani possiamo capire questa poesia…il significato i tutte le parole..e chi ride nn capisce….il dolore che si prova leggendo……
Commento by MAURIZIO — 29 giugno 2009 #
Quatra’ èsso non ci sta gnenti da rie… A mmi non m’ha fattu rie propriu, anzi… A vojatri po’ esse che ve fa fa’ ‘na risata perché non è ju dialettu vostru e perciò ve pare come se ve stete a vede’ ‘nu firm comicu. Lassete perde allora.
(Una segnalazione: “ju cazzu che vve frega” e “’ngulallazia” (in culo alla zia) sono intraducibili e non volgari come può sembrare a voi.)
Ji non ci steo quanno ha fattu… Me steo a crepa’ pe’ lla paura puri a cento chilometri. So’ revenuta a L’Aquila quai jornu fa e so’ ittu: “Mo’ vajo alla Cooppe (Coop) a fa’ poca spesa”… Coju cazzu. Tuttu ju controsoffittu pe’ tterra, tuttu chiusu. Allora me so’ messa a piagne, e po’ esse che veramente so’ capitu quello che cazzu stea pe’ comenza’, dopu ch’era fattu ju terramutu.
Commento by Eve — 3 luglio 2009 #
io sono della sicilia, ho 18 anni e da ridere nn ci trovo proprio niente, leggendo queste parole mi sono messo a piangere, conosco dei bambini di scoppito che sono stati ospiti nel mio paese, con quei bambini ho capito veramente cosa ha lasciato nei loro cuori, mi raccomando abruzzesi, riprendete subito a vivere, lo so che sarà molto difficile, ma fatelo per i piccoli, Buona fortuna!
Commento by Fabio — 3 luglio 2009 #
Ho imparato a conoscere l’Aquila e gli aquilani quando i miei due figli si sono iscriti,prima uno e poi l’altro all’università di questa splendida citta. Sono arrivati ragazzi e qui sono diventati uomini e professionisti preparati e stimati. Uno di loro aveva scelto di restare e di costruire lì il suo futuro. Ora non ha più nè casa nè lavoro ma è rimasto vivo e per noi è come se fosse rinato. Le parole di questa poesia mi hanno colpito perchè sono di una verità assoluta..Gli aquilani che conosco sono gente tenace e caparbia abituata a lottare Gente che non molla,capace di rialzarsi anche con il cuore a pezzi e di sorridere ancora alla vita. Coraggio,siamo con voi,non siete e non sarete mai soli.
Commento by loredana — 27 luglio 2009 #